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Ultimo Agg.: 16 Nov 2017 alle 17:25

Storie in viaggio, musiche, colori che intrecciano relazioni

Un ordito di musica e parole ha chiuso la rassegna “Scuola aperta: storie in viaggio, musiche, colori che intrecciano relazioni”, organizzata dall’Istituto comprensivo Aldeno-Mattarello e dall'Associazione Docenti Senza Frontiere (DSF) e rivolta ad alunni, docenti e popolazione «per una riflessione sui temi dell'intercultura e della migrazione che l’attuale contesto sociale interdipendente richiede, in specie alla scuola, chiamata a promuovere l’educazione alla cittadinanza anche in dimensione globale». Sul palco del centro civico il Coro “Paganella” di Terlago diretto dal maestro Claudio Vadagnini esibitosi in un concerto di canti sulla migrazione trentina e lo scrittore Carmine Abate, ospite quanto mai gradito a Mattarello dove ha insegnato per una ventina d’anni presso la locale scuola media. A fare gli onori di casa la dirigente Antonietta Decarli e la presidente di DSF Danila Buffoni.
«La mia vita è un’addizione – ha esordito Carmine Abate – e alla fine l’aver perso l’identità pura mi ha dato ricchezza». Nato a Carfizzi, in provincia di Crotone, da una famiglia di origine arbëreshë, ha famigliarizzato con l’emigrazione fin da piccolo: emigrato due volte nella “Merica Bona” il nonno paterno, l’ultima da clandestino; emigrato il padre prima in Francia come minatore e poi in Germania dove ha passato trent’anni ad asfaltare strade per morire in paese, Carmine lo raggiunse ad Amburgo «per imparare come si mangia il pane», ovvero assaggiare la durezza del lavoro e della vita. Dopo la laurea, divenne insegnante di italiano, fu supplente al Nord, poi abbandonò la sua terra ed emigrò per un impiego nelle scuole italiane in Germania. Qui incontrerà la donna della sua vita e poi con lei deciderà di stabilirsi in Trentino – a metà strada tra i loro mondi d'origine. Cominciò a scrivere «con rabbia storie sui “germanesi” né tedeschi né italiani ma figure ibride». E visse come loro con i piedi al Nord e con la testa al Sud finché scoprì che lui «era la sintesi di tutti le definizioni»: era arbësch, calabrese, terrone, italiano, straniero, germanico, trentino, era una persona con più lingue e più radici e «cominciò a percepire e raccontare l’emigrazione non solo come strappo e ferita ma soprattutto come ricchezza», perché vivere tra due o tre mondi, crescere tra più culture, parlare lingue diverse, acquisire nuovi sguardi, conoscere nuove pietanze è una ricchezza e come scrive nell’ultimo romanzo “Il banchetto di nozze e altri sapori", sarà anche un piatto, la polenta con la 'nduja, sintesi perfetta di Nord e Sud, a celebrare la nuova vita. «Vivere per addizione», nel confronto e nella mescolanza, significa prendere il meglio, senza soffocare nessuna delle anime non andando alla ricerca di un’identità pura bensì delle trasformazioni e dell’affascinante intreccio dell’identità plurale.
Ma.Bri.
(da: l’Adige, 31 maggio 2017)

 

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